La solitudine dell’uomo di fede

Martedì 22 novembre h.18,00
presso la nostra Libreria il Catalogo di Pesaro
la presentazione del libro di Joseph Dov Beer Soloveitchik
“La solitudine dell’uomo di fede” 

Ne parleranno: Vittorio Robiati Bendaud e Cristina Cecchini

Chi è l’uomo di fede? Quali sono le sue prerogative e i suoi ambiti di azione? Che significato ha il suo destino solitario? La persona credente è ineluttabilmente sospesa tra individualità e comunità; tra le esistenze diverse – eppur entrambe necessarie – dell’homo faber e dell’homo religiosus; tra cosmo e Rivelazione; tra “natura” e “alleanza”; tra pensiero scientifico e intimo dialogo con Dio.
Che ne è di un simile essere umano nella società contemporanea? È destinato, sconfitto, a ritrarsi da essa oppure a svolgere, come sempre è accaduto, un ruolo insostituibile, anche se arduo e spesso incompreso, nel mondo degli uomini?

Un gigante dell’ebraismo del XX secolo, il rabbino e pensatore di origine lituana Joseph Dov Beer Soloveitchik, in questo suo scritto si è lungamente interrogato al riguardo, decostruendo la sua contemporaneità e anticipando i tempi presenti. L’uomo di fede è dunque destinato ad essere ancora nostro contemporaneo, nonostante il suo ruolo e la sua missione siano oggi divenuti forse più complessi che in epoche passate. Anche preghiera e profezia restano “fatti” attuali, forme diverse ma convergenti dell’inesausto dialogo tra l’essere umano e Dio, in cui l’individualità della singola persona necessita imprescindibilmente di una comunità orante, scaturente dall’Alleanza e da quest’ultima sempre definita.

“La Solitudine dell’Uomo di Fede” è un capolavoro della produzione spirituale e filosofica del Popolo di Israele nel corso del XX secolo, sinora inedito in Italia. La riflessione etica kantiana e, successivamente, della Scuola di Marburgo, l’esistenzialismo cristiano di Kierkegaard e il pensiero dialogico di Buber trovano sì eco nelle pagine di Soloveitchik, ma sono destinati a restare sullo sfondo, come le note basse suonate dalla pedaliera di un organo. La chiave di violino, entro cui si orienta e si dipana la partitura della riflessione di questo rabbino, è invece posta dalla vivente tradizione religiosa di Israele: la Bibbia e il Talmùd, la Halakhah e la Haggadah.

Ma‘alòth è un lemma ebraico assai evocativo, che letteralmente significa “gradini” – e, dunque, “scalinate” –, ma anche “salite, ascensioni”, come infatti vengono intitolati nella Bibbia i Salmi intonati dai pellegrini diretti a Gerusalemme: i “Canti dei Gradini”, conosciuti anche come “Salmi delle Ascensioni”.
Le varie opere che progressivamente compariranno in questa collana, di carattere storico o filosofico, contemporanee oppure di alcune decadi fa, vogliono costituire una piccola e qualificata biblioteca ebraica, che possa restituire ai lettori alcuni momenti e pensieri fondamentali dell’ebraismo, altrimenti purtroppo dimenticati o tralasciati.
Lo scopo di questa collana non è, tuttavia, per ricorrere al lessico di Nietzsche, “antiquario”. Al contrario, essa vuole essere eminentemente inattuale, “contro” il tempo e destinata alla vita, cioè al futuro. Come hanno insegnato Y.H. Yerushalmi e E.L. Fackenheim, in seno all’ebraismo il passato deve poter essere sempre accessibile al presente, così che la memoria alimenti efficaci strategie di sopravvivenza, ossia di speranza.

L’AUTORE:
Joseph Dov Beer ha-Levì Soloveitchik (1903-1993), discendente da un’importante famiglia rabbinica lituana, è stato uno dei maggiori e più influenti pensatori ebrei del Novecento. A differenza di altri grandi interpreti del pensiero ebraico del secolo scorso, Rav Soloveitchik fu anzitutto un talmudista e un’autorità rabbinica eminente, rispettata in America, Europa e Israele. All’accademico, esperto e fine conoscitore del pensiero filosofico occidentale e della scienza matematica, subentrava con vigore e rigore il maestro della Halakhah – la normativa ebraica, biblica e rabbinica –, il consumato e vigile studioso della Torah e del Talmùd. Assieme alla presente Opera, il principale scritto di Rav Soloveitchik è “Ish ha-Halakhà, galui ve-nistàr”, meglio noto nella sua traduzione inglese “Halakhic Man” (L’Uomo della Normativa, 1944), in cui si è tentato di delineare una sorta di “filosofia della Halakhah”, con riferimento ai valori ad essa inerenti e ai principi epistemologici su cui affonda. Soloveitchik ha impresso una svolta profonda in seno all’ortodossia ebraica del XX secolo, specialmente nel Nord America e in Israele, sì che il suo pensiero, originale e stratificato, oggi è necessariamente studiato da ebrei di orientamenti diversi – siano laici o religiosi, ortodossi o meno, sionisti di “destra” o di “sinistra” – come pure da chiunque voglia comprendere seriamente il pensiero ebraico.

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